SAN SCI CEN DE MESCIE

morardo lapide2Anche quest’anno, per la ricorrenza di San Siro, la Famija Sanremasca provvederà all’offerta delle tradizionali “mescíe” durante la S. Messa che sarà celebrata da mons. Suetta sul sagrato della chiesa alle ore 21.  Seguirà un’altra rievocazione: il cosiddetto “fughetto de San Sci”, insieme al suono a festa delle campane di San Siro, che segneranno la conclusione dei festeggiamenti patronali del 2017.

“San Sci cen de mescìe”. Così i nostri vecchi ricordavano che nel periodo della festività di San Siro c’è abbondanza di fichi fioroni.

Questa basilica ha il titolo di insigne collegiata perché presso di essa era costituito un collegio di canonici ossia di chierici incaricati di provvedere al mantenimento dell’edificio e al decoro delle funzioni. Il prevosto restava così alleviato da questo tipo di impegni e poteva dedicarsi alla cura delle anime con maggior energia.  Ma il mantenimento della chiesa era costoso, allora come adesso, così la cittadinanza sanremese, da epoca antichissima, contribuiva alle spese con le cosiddette decime ossia con una quota dei prodotti agricoli, (o dei loro proventi) anche in riconoscimento del ruolo civico svolto dalla chiesa.

Queste “decime” trovavano origine in antichi obblighi previsti dalle leggi carolingie e codificate dal Vescovo di Genova Teodolfo nell’anno 980. Si trattava, nel nostro caso, della quartadecima (cioè il 2 e mezzo per cento) per vino, fichi e lino, e della quintadecima (cioè il 2 per cento) per il grano e le biade.

Torniamo al nostro detto “san Sci cen de mescìe”.

L’associazione tra san Siro e i fichi fioroni non è dovuta solo alla coincidenza stagionale tra la festività di San Siro e la maturazione dei frutti: tra le derrate su cui erano versate le decime, oltre all’orzo, figuravano anche il lino, il grano, il foraggio, il vino e …i fichi, e quindi le mescíe, quei frutti primaticci, grossi, turgidi e morbidi che da sempre sono ritenuti una vera prelibatezza e che certamente avranno fatto la felicità dei canonici di un tempo… e chissà forse anche di quelli di adesso.

In realtà, economicamente e merceologicamente parlando, le derrate erano costituite da fichi secchi, allora prezioso e fondamentale alimento di facile conservazione e smercio, ma la concomitanza suggerita dal vecchio detto sanremasco suggerisce un accostamento simbolico alle più appariscenti mescíe.

Le decime non si pagano più da quando il canonico Giuseppe Morardo per sovvenire alla forte miseria in cui era piombata la città a seguito dell’occupazione genovese del 1753 e delle conseguenti spoliazioni e rappresaglie sulla popolazione, decise di versare il suo ingente patrimonio al capitolo dei canonici e liberare così la cittadinanza dall’obbligo delle decime.

Con testamento del 25 giugno 1770 destinò al Comune l’ingente somma di 50.000 lire (in oggi stimabile in non meno di 2 milioni di euro) affinché gli interessi su di essa maturati fossero destinati, in perpetuo, al Prevosto ed ai quattro Canonici di San Siro; con molta accortezza e lungimiranza pose la condizione che il Parlamento di Sanremo aggiungesse alle rendite maturate, per parte sua, la somma di 1.500 lire. Alla morte del Canonico, avvenuta nel 1777, il testamento fu accettato dai vari soggetti interessati: Parlamento di Sanremo, Parrocchia di San Siro, Vescovo di Albenga (per delega della Santa Sede) e Senato della Repubblica di Genova. Da quel momento le” decime“ non gravarono più sui sanremaschi, i quali, per attestare la propria gratitudine, collocarono nel 1784 all’interno della Basilica un busto ed una lapide al proprio benefattore.

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