Alla collana mancava una perla

Alla collana mancava una perla.

Uso questa espressione non per piaggeria nei confronti dell’autore o per esagerata esaltazione dell’opera, ma per esprimere il senso di completezza e, per certi versi di giustizia, che il saggio “Pietro Agosti, primo Podestà di Sanremo” di Leone Pippione assolve nei confronti della storia cittadina e dei suoi protagonisti.

Completezza perché dal punto di vista storico l’opera abbraccia un periodo la cui trattazione non era stata finora contemplata tra le pubblicazioni della Famija Sanremasca, di giustizia perché rende merito e ripropone, nella corretta luce, persone, fatti e misfatti su cui il politicamente corretto aveva steso una nebbia di preconcetti, di giudizi superficiali, di colpevoli colpi di spugna.

Dopo queste affermazioni sarebbe troppo semplicistico, e intellettualmente non corretto, limitarmi a fare qui un sunto dell’opera o a tratteggiare la figura di Agosti quale emerge dal libro; ritengo invece doveroso rendere conto di quanto ho affermato.

Si sa, la storia la raccontano i vincitori, i più forti, quelli che vengono dopo, ma l’hanno scritta, vissuta, anche i perdenti, i deboli, quelli che c’erano. E’ sempre stato così. Ma, in questo modo, può accadere che vicende e storie, pur vere e meritevoli, vengano omesse o sottaciute perché non consone alla trama narrativa predominante.

La mostra organizzata dalla Famija Sanremasca nello scorso ottobre nel Forte di Santa Tecla, “Sanremo, i ruggenti anni ‘30”, ha riscosso un particolare gradimento, così si legge nei commenti lasciati dai visitatori, perché ha fatto scoprire un periodo poco conosciuto, ancorché sia stato tra i più fastosi e fortunati, della città.

Per molti ha costituito l’occasione di veder riaffiorare ricordi dei quali, in certi momenti, era addirittura inopportuno parlare per non apparire, come dice con molto riserbo l’autore, quanto meno nostalgici.

Dei vari aspetti, eventi, e personaggi citati nella mostra citata, il libro di Leo Pippione attua una focalizzazione sul personaggio che ha dato l’avvio a quella fortunata stagione prolungatasi per qualche tempo anche dopo la sua tragica morte: il Podestà Pietro Agosti.

Il saggio tratta quindi dei pochi anni della sua podesteria, tre anni compresi tra il 1927 e il 1930,   con doverosi ed opportuni accenni al prima, per far meglio comprendere al lettore la situazione nella quale sono maturati gli eventi, e al dopo, per dare completezza ad una vicenda che si è così improvvisamente interrotta, lasciando molti punti interrogativi sulle circostanze e sui protagonisti palesi e occulti.

L’opera è tipicamente un saggio, ossia un’ esposizione che intende proporre il frutto di uno studio ed una ricerca personale e monografica, e il metodo è quello tipico dello stile giornalistico di scuola anglosassone che nulla concede alla interpretazione e al commento personale ma si limita a rispondere a tutte, nessuna esclusa, le domande delle 5 W (Who, When, Where, Why, What) ossia: Chi, Quando, Dove, Perché e Cosa.

In parole più povere l‘Autore, a seguito di accurate ed originali ricerche, ha cercato di rispondere a queste domande lucidamente, freddamente oserei dire, senza nulla concedere al sentimento, alla passione, al giudizio, al riserbo di comodo.

Traspare al più una sorta di stima e di ammirazione per la figura e l’operato del Podestà Pietro Agosti, ma questo sentimento non può non sorgere anche nel lettore che si avvicini, mosso dal desiderio di sapere e di conoscere questo personaggio e questo scorcio della storia di Sanremo, con cuore libero da ogni passione e la mente scevra da ogni preconcetto.

D’altronde non si può che provare profonda ammirazione per un amministratore che assume le redini della città in un momento tra i più infelici della sua storia e in tre anni la riporta alla ribalta mondiale tracciando anche le linee di sviluppo che saranno poi in buona parte realizzate dal Podestà Giovanni Guidi e dei cui frutti, in parte, godiamo tuttora.

Sanremo si trovava infatti ’in un penoso momento di depressione a causa della guerra che aveva causato danni tanto ingenti da comprometterne l’avvenire come stazione di turismo’.

Alla perdita delle correnti turistiche storiche si erano aggiunte amministrazioni civiche di stampo socialista massimalista prima, e poi comunista di stampo anarcoide, che si erano contraddistinte principalmente per aver inscenato provocazioni ideologiche non certo per capacità amministrative; a peggiorare questo quadro amministrativamente desolante si aggiunga un lungo rosario di commissari amministrativi che il prefetto, su impulso del governo, nomina per tamponare la situazione di ingovernabilità. Anni e anni di ordinaria amministrazione, nei casi più felici, senza nessuna progettualità o investimento proprio quando più erano necessari.

Anche nella nostra città il passaggio dalla confusa e convulsa vita amministrativa e politica successiva alla fine della Grande Guerra, alla affermazione del ‘nuovo ordine’, era stato caratterizzato da tensioni, riconversioni ideologiche, trasformismi: spesso nell’uomo nuovo si cela il vecchio.

Lo possiamo constatare, in modo documentato, nel saggio recensito.

Già, perché fino alla pubblicazione di questo volume non era in circolazione nessun’altra opera di contenuto monografico che potesse far piena luce sulla figura di Pietro Agosti. Esiste, citata, una bibliografia certo utile e pregevole, ma abbastanza frammentata in più fonti.

Il merito dell’autore sta non solo nel fatto di averle collazionate in modo organico portando alla luce quindi gli aspetti funzionali e interelazionali fra personaggi, fatti e misfatti diversi, ma di aver cercato, e trovato, anche documentazioni originali, insolite e significative fonti che gettano nuova e spesso spietata luce su quanto avvenuto.

L’Archivio di Deposito del Comune di Sanremo per le Delibere Podestarili, la “posta speciale” del Podestà sempre presso l’Archivio del Comune, ma ancor più il Fondo Prefettura presso l’Archivio di Stato e il Fondo Segreteria Particolare del Duce presso l’Archivio Centrale dello Stato in Roma, hanno premesso di accedere a documenti, anche di natura confidenziale e riservata, come i rapporti delle indagini di polizia, che per lungo tempo sono rimasti secretati.

Non manca, nell’esposizione, una nota di giallo che ci tiene in sospeso fino alla fine per scoprire le circostanze e, più ancora, le motivazione della tragica fine di Agosti.

Un saggio quindi che si legge come un’inchiesta poliziesca: perché si è ucciso Pietro Agosti? Quali circostanze lo hanno forzato a questo gesto?

Molto semplicisticamente, la vox populi ha tramandato la versione, molto comoda perché non chiamava in causa nessuno, che il podestà si sarebbe suicidato perché non sarebbe stato in grado di discolparsi presso il Duce della sua mai provata omosessualità, colpa allora assai esecranda il cui solo sospetto era sufficiente a far cadere in disgrazia chiunque.

L’autore invece ci presenta, documentandolo dalle fonti autorevoli citate, un disegno volto alla eliminazione politica del Podestà, il cui successo aveva certo tarpato le ali ad alcuni aspiranti ras locali, adusi al ricorso alla calunnia velenosa, alla denuncia anonima, alla menzogna organizzata, alla conventicola e alla mormorazione, pur di veder realizzate le proprie aspirazioni di potere, pur di portare a compimento il più sfacciato e squallido nepotismo, pur di superare la propria mediocrità intristita di invidia e di livore.

Vengono spontanee alla memoria le due terzine di Dante su Pier delle Vigne, meritevole dignitario dell’imperatore Federico II, vittima anch’egli dell’invidia dei cortigiani.

La meretrice che mai da l’ospizio
di Cesare non torse li occhi putti,
morte comune e de le corti vizio,
infiammò contra me li animi tutti;
e li ’nfiammati infiammar sì Augusto,
che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti.

Anche per il Podestà Agosti le voci calunniose, ben orchestrate, riuscirono infine ad arrivare molto in alto. Nessuno forse aveva messo in conto che le conseguenze di questa subdola persecuzione alla sua integrità personale e amministrativa, sarebbero andate, tragicamente, ben oltre la progettata eliminazione politica del bersaglio.

L’integrità di Agosti, il suo sconforto e l’amarezza provata non gli permisero di sopportare oltre.

Ci sarebbero molti amari commenti da fare, principalmente sugli effetti di certi metodi di lotta politica mai abbandonati anzi, sempre più in voga anche ai nostri giorni, ma vogliamo, invece, far rilevare solo due considerazioni che vengono spontanee alla mente di ogni lettore onesto.

Da un lato l’attestazione di stima verso le doti morali di Pietro Agosti, dall’altro l’esempio della sua visione di ampio respiro, globale, armonica, sia dal punto di vista economico sia urbanistico, della città.

Visione che gli ha permesso di realizzare opere che ancora adesso, come nell’omonimo affresco di Lorenzetti, stanno a testimoniare “Gli effetti del buon governo in città”.

E’ noto che nella Sala del Consiglio dei Nove, nel Palazzo Pubblico di Siena, esiste un affresco trecentesco di Ambrogio Lorenzetti intitolato “Effetti del buon governo”, un’allegoria che doveva  ispirare l’operato dei reggitori della città.

Le opere realizzate o messe in cantiere da Pietro Agosti, dalla Licenza per il Casinò, all’acquisto di Villa Ormond, dallo Stabilimento di Tiro a Volo allo Stadio Comunale, dal Campo Ippico al Pro Infantia, dalla Stagione letteraria al Calendario delle Manifestazioni turistiche, dal Campo di Golf alla Funivia (e scusate se è poco), costituiscono una moderna allegoria, in chiave sanremese, del buon governo e dovrebbero costituire esempio, stimolo, monito e, mi sia concesso, in alcuni casi rimprovero, per chi ha la ventura di reggere le sorti di Sanremo.

Solo una fortuita ed irripetibile serie di circostanze ha permesso che alcuni amministratori civici che avevano conosciuto il Podestà e con lui avevano operato, nei primi anni ’60 potessero promuovere una delibera di intitolazione della omonima strada al benemerito primo Podestà di Sanremo. Ad essi va sicuramente riconosciuto il merito di non aver dimenticato e il coraggio della proposta pur in un periodo particolarmente avverso.

Semmai ci si può rammaricare che, ironia delle circostanze, gli sia stata intitolata una strada la cui concezione e struttura è quanto di più lontano possa esistere dalla visione urbanistica che ispirava Pietro Agosti.

Ma ben altra è l’eredità che Agosti ha lasciato alla Città e agli amministratori che gli sono succeduti.

Le opere, infatti, sono figlie del contingente, e vediamo come molte di esse siano state neglette e dismesse dalle amministrazioni successive; quello che rimane come esempio e, per certi versi, impietoso termine di paragone, è l’indicazione della necessità di una lucida visione globale della città, del suo governo, del suo viluppo.

All’Autore, e alla sua opera, il merito di avercelo ricordato.

Giancarlo Rilla

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *